Introduzione

Il Santuario di Santa Maria di Casaluce fu eretto nel 1360 quando la prima fortezza normanna in Italia ed in tutto il bacino del mediterraneo fu trasformato in monastero. Tale castello fu edificato nei primi dell’anno mille da Rainulfo Drengot, come avamposto militare per la protezione della nascente contea di Aversa dalle incursioni provenienti dal nord del fiume Clanio.

Il castello divenne una residenza di caccia nel 1135 per volere di Ruggero II d’Altavilla.

Nel 1359 la fortezza fu acquistato da Raimondo del Balzo il gran camerlengo del Re e poi donato ai monaci Celestini. Questi monaci, il cui ordine fu fondato da Pietro del Morrone (Papa Celestino V), aiutarono Raimondo del Balzo e la consorte Isabella d’Apia nella trasformazione del castello in monastero, ove vi edificarono l’Abbazia in stile gotico ed abbellendola poi con pregevolissimi cicli di affreschi. L’abbazia assunse il titolo di Santa Maria di Casaluce.

Lo stile artistico, adottato, riprendeva nelle forme l’impronta pittorica che nella prima metà del XIV secolo caratterizzava la Napoli Angioina, la quale si pregiava degli influssi fiorentini arrivati in Campania grazie alla maestria di Giotto.

Tra i principali pittori indicati come autori dei pregevoli affreschi è di altissimo rilievo il nome del fiorentino Niccolò di Tommaso. Nel 1371 questi è ricordato come protagonista di un estremo momento di committenza reale napoletana sotto il regno di Giovanna I, anno in cui dipinse il polittico di S. Antonio Abate a Foria. Gli fu commissionato in seguito da Raimondo del Balzo ad eseguire, assieme ad altri pittori, gli affreschi nel Santuario di Casaluce tra cui S. Pietro Celestino V in cattedra con i suoi monaci e storie di S. Antonio Abate e S. Guglielmo di Gellone.

Niccolò assieme al senese Andrea Vanni (anch’egli rappresentato a Casaluce da un polittico, la cui opera fu destinata ai monaci di Casaluce dalla regina Giovanna I) furono i pittori forestieri, più dotati nella Napoli angioina della seconda metà del trecento.

Gli affreschi vennero alla luce in seguito ad un primo progetto di restauro, il quale dovette assumere una nuova portata in funzione dei nuovi ritrovamenti. Solo nel 2008-2015 i cicli di affreschi furono completamente restaurati, così come la volta gotica e la controfacciata.

I cicli di affreschi di Casaluce, rappresentano un unicum nella storia dell’arte del trecento in quanto in essi vi è descritto un periodo di transizione che va dallo stile tardo-gotico allo stile neo-cavalleresco. Ne è un chiaro esempio, il ciclo pittorico dedicato alla “Chanson de Guillaume” detto anche di Guillaume d’Orange o di Gellone raccontato dal  terzo ciclo carolingio detto “di Garin de Monglane”. Questo ciclo pittorico in se rappresenta oggi l’unica storia affrescata secondo la sua fattispecie, la quale tra gesta eroiche racconta un pezzo importante della storia di Francia del XII secolo e un pezzo importante della pittura del 300 italiano.

Così come l’affresco  della “Coronatio Virginis” della controfacciata che con le sue canoniche fattispecie gotiche preannuncia in maniera prorompente lo stile rinascimentale.

Parte degli affreschi contenuti nelle cappelle laterali anche dette delle “Sette Porte” furono staccati dal complesso nel 1972 su autorizzazione della Soprintendenza per i Beni culturali di Napoli (allora non esisteva quella di Caserta, nata poi a metà anni ottanta) e temporaneamente custoditi ed esposti al Museo civico di Castel Nuovo di Napoli (Maschio Angioino) nella cappella Palatina fino al 2017. Nel gennaio dello stesso anno gli affreschi staccati fecero ritorno nel loro luogo d’origine dopo una risolutiva battaglia condotta dal rettore del Santuario Michele Verolla.

Oggi, dopo anni in un luogo a loro estraneo, gli affreschi attendono di essere ricollocati nelle loro posizioni originali affinché il ciclo pittorico di Casaluce ritorni a raccontare nella sua interezza residua le antiche storie di Santi, dame e cavalieri.

Il Santuario custodisce l’icona bizantina dell’XI secolo nel titolo di Santa Maria di Casaluce e due idrie che la storia associa alle giare utilizzate da Gesù Cristo per il primo miracolo alle nozze di Cana di Galilea. Questi preziosi cimeli furono portati in dono al re di Napoli Carlo I d’Angiò dal viceré Sanseverino al ritorno dalla Terra Santa. L’Icona e le idrie furono poi affidate da Carlo I  al nipote Ludovico, il quale oggi è conosciuto come il Santo da Tolosa. Dopo eventi che portarono via Ludovico da Napoli l’Icona e le idrie furono affidate alla famiglia del Balzo, che a seguito di una promessa assunse l’impegno di costruire una chiesa in loro onore e di porvi a custodia i monaci celestini. Dopo un atto di donazione nel 1360 da parte di Raimondo del Balzo, i monaci divennero legittimi proprietari e l’Icona assunse il titolo di Casaluce come testimonianza dell’appartenenza al monastero di Casaluce.

Il culto per la Vergine Bruna, che ebbe in precedenza inizio nella città di Napoli continuò a diffondersi rapidamente in tutto il regno dal suo Santuario di Casaluce. Famosa fu la visita di Carlo V il quale attratto dalla fama del luogo vi soggiornò alcuni giorni.

Diversi sono stati i re, le regine e gli imperatori che L’hanno invocata e venerata nel Santuario di Casaluce, a partire da Giovanna I d’Angiò, la quale scelse il monastero come dimora spirituale prediletta, a Carlo III di Borbone.

Il 12 maggio 1772 il vescovo Borgia otteneva da Papa Clemente XIV un rescritto col quale la Vergine di Casaluce fu dichiarata Patrona Principale della diocesi di Aversa.

Il complesso trecentesco di Casaluce, dopo la soppressione dell’ordine dei celestini avvenuta nel 1807, fu abbandonato all’incuria e tragicamente dimenticato. Nell’ultimo decennio grazie ad importanti lavori di restauro l’Abbazia-Santuario è ritornata a splendere ed a meravigliare per le sue pregevoli opere d’arte e per la sua singolare architettura che la collocano finalmente in una posizione alta ed unica nel trecento italiano, tanto da meritare, in epoca contemporanea l’appellativo di Assisi del Sud.

<-Prec – Indice – Succ->