Capitolo XIV – Secolo XIV, gli affreschi giotteschi. La committenza del Balzo, le tematiche celestine e carmelitane, Niccolò di Tommaso ed i maestri di Casaluce

Secondo padre Polieni da Siderno furono i monaci celestini ad iniziare i lavori di abbellimento del santuario appena costruito fino al 1362, per poi continuare nel 1364 data della re-donazione del complesso agli stessi.

I lavori di trasformazione del monastero e l`annesso cantiere pittorico fu committenza del conte del Balzo e della moglie Isabella. In effetti  testimonianze di quanto affermato sono date dagli ultimi ritrovamenti a seguito di un complesso lavoro di restauro, dal 2007 al 2015, della volta gotica, della controfacciate e della cappella detta “delle Sette Porte”. Ai lati del portale di marmo di Carrara, la cui manifattura è attribuita alla scuola scultorea di Tino da Camaino,  sono scolpiti gli stemmi inquartati della famiglia del Balzo – d`Apia (in particolare nel velo sorretto da due angeli sono visibili diversi stemma della casata d`Apia come singolare committenza della stessa Isabella), mentre in un costolone della quarta campata della volta è oggi, finalmente, visibile lo stemma del Balzo così come ai lati della monofora delle sette porte.

In effetti le tematiche raffigurate nel complesso pittorico di Casaluce, unico nel suo genere, fu probabilmente scelto dallo stesso Raimondo.

Dopo il 1360, Raimondo edificò il santuario di Casaluce per poi cominciare la trasformazione del castello normanno in monastero e secondo il Polieni alla presenza dei monaci celestini già insediati nel complesso di Casaluce prima del 1360, poi come ancora testimoniano le lettere del papa Urbano V nel 1362 dai monaci carmelitani per poi nel 1364 il ritorno definitivo dei monaci celestini.

La tematica affrescata nei vari cicli che la compongono riportano appunto ad una scelta di tipo evocativo e storica come testimonia il ciclo di San Guglielmo di Gellone e del polittico affrescato di San Celestino V con ai lati lo stesso Raimondo e Isabella dai lineamenti senili e presentati dai santi Ludovico da Tolosa e Guglielmo di Gellone.

Sono presenti inoltre anche volti non aureolati che fanno pensare a personaggi appartenuti alla vita dei coniugi del Balzo.

Così come è spesso riscontrabile la figura dei santi Giacomo e Giovanni, probabilmente nomi di due loro figli. In effetti per come è disposto il piano pittorico riconduce alla vita dei committenti tanto da poter distinguere la non canonicità del complesso pittorico di Casaluce rispetto ad altre fabbriche pittoriche del tempo.

Secondo il Polieni dopo la cacciata dei celestini nel 1362 a causa della vicenda del corbo, i monaci carmelitani fecero affrescare santi del proprio ordine nella volta gotica.

Una parte di questi affreschi sono attribuiti alla egregia manodopera del maestro fiorentino Niccolò di Tommaso allievo promettente di Nardo da Cione e probabilmente figlio di Maso di Banco collaboratore diretto di Giotto, mentre la restante parte da altri tre/quattro maestri di pittura detti di Casaluce, di cui per alcuni di essi è visibile una sorta di ritocco successivo che permette di distinguere una maestria differente se non quella dello stesso Niccolò di Tommaso o addirittura un ulteriore diversa ed egregia manodopera Un esempio è la “Coronatio Virginis” della controfacciata.

In questo contesto fu molto probabile che i monaci ebbero un ruolo secondario nella scelta delle tematiche e che poterono aggiungere elementi riconducibili all`ordine celestino solo in secondo momento.

Infatti il polittico di Celestino V, fu affrescato nell`atrio del Santuario intorno all`anno 1372. Questa data è riconducibile, secondo alcuni studiosi, alla venuta nel regno di Napoli di Niccolò di Tommaso. Tra l`altro, alcuni studi affermano che il primo intervento pittorico di Niccolò in Campania sia proprio a Casaluce per poi spostarsi successivamente a Capri e poi a Napoli.

Niccolò di Tommaso

Tra i principali pittori, indicati come autori degli affreschi rinvenuti nell’abbazia di Casaluce spicca, secondo Ferdinando Bologna, su un gruppo di maestri locali, il nome del fiorentino Niccolò di Tommaso.

Niccolò di Tommaso formatosi in Firenze presso la scuola di arte fiorentina fondata da Giotto, in un contesto artistico che va dall’ultimo Maso di Banco, Andrea Orcagna e Nardo di Cione, proprio del 1350, sia per il tono gustosamente realistico, favoloso e cavalleresco, in parte delle spiccate contraddizioni ideali e delle rinnovate istanze feudali, in vigore negli anni di Giovanna I d’Angiò a Napoli.

Questi è ricordato come protagonista di un estremo momento di committenza reale napoletana sotto il regno di Giovanna I.

Egli nel capoluogo campano lavorò per molti personaggi altolocati della corte, come il consigliere e camerario regio Giacomo Arcucci, il Vescovo di Ravello e per la regina in persona cui si deve la commissione dei già citati trittici di Foria, dove emerge la maniera di Nardo di Cione con modi più aggraziati in cui si rivelano influssi di Giovanni da Milano e di Agnolo Gaddi. Nel 1371, anno del suo polittico per S. Antonio Abate a Foria, fu chiamato da Raimondo del Balzo Barone di Casaluce ad eseguire, assieme ad altri pittori, alcuni affreschi nel monastero di Casaluce. Dipingendo nell’abbazia santuario del convento la rara testimonianza iconografia di San Pietro Celestino V in cattedra, storie di S. Antonio Abate ed altri santi.

Il nome di Niccolò di Tommaso si pone come prima proposta d’attribuzione per le storie della vita di San Guglielmo di Gellone nell’abbazia di Casaluce, rivelando non poche concordanze stilistiche e tipologiche in rapporto al San Pietro Celestino V affrescato nell’atrio a lui spettante. Questo ciclo che oggi occupa quasi per intero tutta la parete destra della cappella Palatina in Castel Nuovo, si differenzia dagli altri affreschi di Casaluce sia per la qualità, la larghezza mariana e la grinta orcagnesca che sono tipiche dell’artista. In questi periodi operò anche a Cosenza, con affreschi di orbita odorisiana, nel duomo, nel cimitero e nella Chiesa di S. Francesco d’ Assisi dove realizza un angelo annunciante e l’annunciazione. Di Tommaso assieme al senese Andrea Vanni, anch’egli rappresentato a Casaluce da un trittico donato ai monaci dalla regina Giovanna I, fu il pittore fiorentino più attivo nella Napoli angioina della seconda metà del trecento. Questo maestro è documentato anche in Toscana dagli affreschi del convento del Tau in Pistoia tra il 1366 – 1367.

<-Prec – Indice – Succ->