Capitolo X: Secolo XIV, il monastero di Casaluce un`opera egregia di committenza del Balzo; seconda ipotesi cronologica sulla fondazione del monastero e della donazione ai monaci dell`ordine di Celestino V

Nel 1332 si hanno ancora notizie documentate sulla famiglia de Casaluccia la quale perse il feudo ed il castello nella prima età angioina, quando il titolo passò ai del Balzo. Come precedentemente affermato in ipotesi cronologica parte prima, padre Polieni in “Historia del real castello di Casaluce  Dove si adora, e si serve da` Monaci Celestini la Miracolosa Imagine di Nostra Signora dipinta dall`Evangelista s. Luca; E si conservano due Idrie, nelle quali N. S. Giesu` Christo nel primo miracolo converti` l`Acqua in Vino” redatto nel 1622,  riferisce in un primo momento che il castello di Casaluce fu donato da Carlo I d`Angiò al suo gran connestabile Bertrando del Balzo nel 1269, consorte di Isabelle d`Apia, poi afferma che Raimondo del Balzo, nipote di Bertrando del Balzo, acquistò il feudo del casale di Casaluce dal nobile napoletano Roberto d’Ariano nel 1359, citando addirittura gli estremi dell’atto di compravendita. Questa notizia riportata dall`Abate di Casaluce chiaramente ha dell`inverosimile. Che Bertrando del Balzo padre di Ugo e nonno di Raimondo, non fosse il consorte di Isabella d`Apia oggi è un dato di fatto ma da questa informazione si evincono due date il 1269 ed il 1359 con uno scarto di anni pari a 90. In effetti una verità nell`attribuzione delle appartenenze del castello di Casaluce ai del Balzo e succedutasi nel tempo potrebbe essere ricondotta alla vita di Bertrando del Balzo conte di Avellino.

Joachim Göbbels in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 36 (1988) descrive una ricostruzione storica sulla vita di Bertrando del Balzo, il quale fu uno dei signori più potenti in età angioina. I motivi per cui viene riportata in questa relazione storica, parte della vita di Bertrando è il fatto probabilmente consistente sui feudi posseduti dallo stesso in terra di lavoro.

Nel 1268 egli fu investito da Carlo I d`Angiò conte di Avellino (ma anche di Calvi, Padula, Francolise e Riardo) in quanto lo aveva aiutato nella conquista del Regno di Sicilia. Bertrando si destreggiava tra i suoi possedimenti nel Regno e in Provenza riuscendo ad ottenere anche il titolo di vicario della città di Roma nel 1270. Nel 1271 fu destituito dal suddetto incarico in quanto ritenuto dal re gravemente ammalato e i suoi beni di cui fu titolare nel Regno passarono a Simone di Mantfort. Dopo la morte di Mantfort che avvenne nello stesso anno, i beni furono di nuovo restituiti a Bertrando, il quale mostrò una ripresa fisica. Nel 1278 Bertrando affrontò una forte crisi economica dovuta ad un prestito richiesto quando fu vicario di Roma, ipotecando i suoi possedimenti nel Regno.  Per tale motivo divenne un estorsore spietato senza badare ai diritti altrui, tanto da far istituire dal re una sorta di giustiziere nei suoi possedimenti in terra di lavoro. Tanto fu forte la sua estorsione che anche la città di Avellino gli si ritorse contro. Il re affrontò seriamente la questione: nel marzo del 1277 suo figlio e luogotenente Carlo, principe di Salerno, inviò due giudici della Curia ad Avellino per valutare i colpevoli. Ma al Bertrando non fu mossa alcuna accusa; anzi, nel febbraio, gli furono concesse altre terre nei dintorni di Caserta per ampliare il suo feudo. Sebbene non fu trovato in egli colpa, il re decise di investire dei beni appartenenti a Beltrando e aumentò la soglia di tassazione degli stessi. La stessa sorte la ebbe il patrimonio in Provenza per i quali Bertrando lasciò il Regno e si trasferì in Francia. Dopo diversi vicissitudini nella battaglia per la riconquista della Sicilia, la situazione economica di Bertrando fu di nuovo messa alla prova, fino a che egli non fu costretto a cedere i suoi possedimenti sia quelli del Regno che della Provenza [1].

In quegli anni la Terra di Lavoro fu abitata da vari esponenti della famiglia del Balzo e le omonimie riscontrate furono molteplici. Nei registi angioini venivano raramente specificati i rami delle famiglie, per cui questo rese difficile la corretta identificazione da parte di Padre Polieni da Siderno. Infatti il 1269 coincide con l`investitura a conte di Avellino di Bertrando il quale negli anni a venire ebbe in concessione da Re diversi feudi in Terra di Lavoro e con buona probabilità anche del castello di Casaluce. Per cui, molto probabilmente nei registi celestini furono riportate informazioni relative ad una eventuale destituzione dei beni di Bertrando a Casaluce.

Un`altra informazione riportata dal Polieni, sicuramente più attendibile, in quanto dichiara il ramo familiare di appartenenza di Raimondo, annota che Raimondo del Balzo, nipote di Beltrando del Balzo, acquistò il feudo del casale di Casaluce dal nobile napoletano Roberto d’Ariano nel 1359, citando addirittura gli estremi dell’atto di compravendita [2]. Un’indicazione sorprendente sulla veridicità di tale affermazione è data da una delle lettere di papa Urbano V indirizzata a Raimondo il 13 novembre del 1362 [3], dalla quale si apprende che gli venne accordato il permesso di fondare un monastero in Casaluce provvisto di chiesa, cimitero e campanile, e che dia ospitalità ad una comunità di 12 monaci dell’ordine di san Benedetto Carmelitani, incluso il Priore. [Raimundo de Baucio, comiti Soleti, licentia datur fundandi monasterium in castro ejus, subvocabulo s. Marie de Casalucio, in dioc. Aversan. (…)].

A seguire sono riportate altre lettere del papa Urbano V indirizzate al conte del Balzo [3]:

Il 18 dicembre del 1363 il papa scrive all’Arcivescovo di Napoli affinché ottenga dai monaci carmelitani i beni che Raimondo aveva messo a loro disposizione in attesa della costruzione del monastero, che era stato invece affidato ai monaci Celestini.

Il 19 aprile del 1364 il papa autorizza, tramite l’arcivescovo di Napoli, il priore generale ed i monaci celestini a prendere possesso del monastero per tre anni.

L’11 luglio del 1367 il Papa concede l’indulgenza a quei pellegrini che avevano visitato il monastero secondo le consuetudini, questo ci fa capire quanta importanza avesse acquistato il luogo nel giro di pochi anni.

Da queste lettere si evince che nel 1362 Raimondo fu proprietario del Castello di Casaluce e che la notizia riportata dal Polieni ha un suo fondamento. Inoltre in data 18 dicembre del 1363 ancora non avvenuta la costruzione del monastero e/o la trasformazione del castello in monastero. Le lettere del 1363 e 1364 coincidono con il periodo di assenza dei monaci celestini da Casaluce forse per le vicende de il corbo e dalla lettera del 1367 si apprende che il papa Urbano V concedeva le indulgenze ai pellegrini che avrebbero visitato il Santuario di Casaluce. Quest`ultima notizia ci collega alla presenza del dipinto della Vergine Maria nel titolo di Casaluce e delle Idrie associata al miracolo di Cana di Galilea e di come la devozione mariana a Casaluce non tardò a diffondersi nel Regno. Siccome i cimeli di Terra Santa non furono nominati fa pensare, che probabilmente gli oggetti sacri furono introdotti dopo il 1363. Infatti da un altro documento redatto nella seconda metà del 1600 viene attribuita la data di fondazione del Santuario nel 1363 e fa riferimento in quell’anno alla Icona della Vergine Maria e delle due Idrie come contestualmente riportata: “Prope Aversam abbatia titulata Sanctæ Mariæ castri Casalucis Casaluce, ordinis coelestinorum, fundata et dotata fuit anno 1363 a nobili viro Raymundo de Baucio, sive del Balzo, Soleti comite, qui cum ad loca sancta Hyerosolomorum perrexisset, incolumisque rediisset ad propria, iconem Beatæ Virginis Mariæ a S. Luca depictam, et duas ex Hidriis aquæ in vinum a Christo conversione celebratis, secum asportavit hocque in loco in formam munitissimi castri redactio venerandas collocavit. Ludovicus deinde, et Joanna Reges Neapolitani castrum ipsum aliquando incoluerunt, et monachis cum mero, et mixto imperio in perpetuum concesserunt tam ipsum castrum, quam vassallos ab omni impositione et servitio regali exemptos; prout etiam nunc religiosissime observatur (…)” [4].

Da un`altra interessante testimonianza sulla fondazione del monastero di Casaluce tratta da “Dell’historie del regno di Napoli” di CARRAFA, G.B [4bis] viene posto in evidenza: “Il conte Camerlengo zio del Duca d’Andri, morì vecchio, e di santissima vita, il quale per parte di madre era nipote a Re Carlo Secondo, e fu sepolto a Santa Chiara di Napoli; costui edificò Casaluce appresso Aversa un miglio (…).”

Due importanti annotazioni sono riportate da Serafino Montorio e Filiberto Campanile che ebbero modo di visionare personalmente i registi del monastero di Casaluce. Il primo autore fornisce delle importanti notizie. La prima [5prima] descrive uno dei motivi per cui Raimondo volle edificare un tempio mariano, come a seguire è riportato: “(…) Vedesi la Villa di Casaluce, che anticamente dicevasi Castello, perché era tale di larga, e vaga forma, e quì vogliono i più fedeli scrittori fosse strangolato il suddetto Andrea, e precipitato da una finestra di esso, come anche Carlo di Durazzo quì terminò nello stesso modo infelicemente la vita. Dalla pietà quindi (come dirassi) di Raimondo del Balzo Conte di Soleto e Barone di questo luogo fù convertito in un magnifico Monistero, e Tempio in onore della Beatiss. Vergine.”

La seconda [5] di notevole rilevanza che attesta la proprietà di Raimondo a Casaluce e del fatto che la famiglia visse nel suddetto edificio, la citazione integrale è la seguente: “Donò il conte Raimondo questa chiesa insieme col castello per monistero a’ Frati Carmelitani, riserbandosi solamente ivi l’abitatione per sé e per sua moglie lor vita durante, e perché vi potessero più comodamente vivere dotò quel monasterio della baronia del medesimo casal di Casaluce, e della terra di Montenegro in contado di Molise ma perché i frati del Carmine per esser mendicanti non poteron hauer dispensa dal sommo pontefice di tener baronie, il conte ritornò a far la medesima donatione a’ padri benedettini Celestini, e dalla Reina Giovanna fe’ mutar quei luoghi da feudali in burgensatici, come appare dalle scritture che noi habbiam vedute nel medesimo Monasterio.”[6]

Tra l`altro lo storico Filiberto Campanile ebbe modo di visionare i documenti nell’archivio del monastero di Casaluce scrisse anche testualmente che Raimondo del Balzo edificò il Castello di Casaluce [7].

Attualmente sono ancora molte le domande da porsi sul perché` il conte del Balzo volle acquistare il castello di Casaluce. Fu una necessità privata dello stesso oppure fu guidato dalla necessità di trovare un luogo dove conservare i preziosi cimeli provenienti dalla Terra Santa?

[1] Joachim Göbbels DEL BALZO  Raimondo – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 36 (1988)

[2] padre Polieni da Siderno, “Historia del real castello di Casaluce” Napoli 1622, op. cit. p.36

[3] Riccardo Prencipe Il castello di Casaluce e la committenza artistica di Raimondo del Balzo e Isabella d’Apia A.A. 2008/2009

[4]AUGUSTO LUBIN, Abbatiarum Italiæ brevis notitia, Roma, Typis Jo. Jacobi Komarek Böemi apud S. Angelum Custodem, 1693, pp. 37, 38.

[4bis] CARRAFA, G.B.; Dell’historie del regno di Napoli, Napoli, 1572, cc. 134 r., 134 v.

[5 prima] SERAFINO MONTORIO, 1715, p. 115. (cit. Tratta da Riccardo Prencipe Il castello di Casaluce e la committenza artistica di Raimondo del Balzo e Isabella d’Apia A.A. 2008/2009)

[5] SERAFINO MONTORIO, 1715, p.117. (cit. Tratta da Riccardo Prencipe Il castello di Casaluce e la committenza artistica di Raimondo del Balzo e Isabella d’Apia A.A. 2008/2009)

[6] Cfr. FILIBERTO CAMPANILE, 1618, p. 151. (cit. Tratta da Riccardo Prencipe Il castello di Casaluce e la committenza artistica di Raimondo del Balzo e Isabella d’Apia A.A. 2008/2009)

[7] FILIBERTO CAMPANILE, 1610, p. 174. (cit. Tratta da Riccardo Prencipe Il castello di Casaluce e la committenza artistica di Raimondo del Balzo e Isabella d’Apia A.A. 2008/2009

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